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CRESCENDO (incipit)

ottobre 29, 2018

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CRESCENDO

Ogni mattina sul treno la mente le si affollava di ricordi.

I Ricordi,

i mattoni su cui poggiava quella che era diventata,

erano così tanti che a volte pensava di

avere intere città, palazzi, ville strade, affollati di gente che

parlava tante lingue diverse,

e che per  uno strano motivo continuava ad abitare quelle vie della sua

memoria.

Tutti quei mattoni,

rossi come quelli delle case di Boston,

di cemento armato,

di pietra serena, come quelli di Firenze,

di lava, di sabbia,

erano pieni di vita,

molto più vivi,

del quotidiano incontro.

Sul treno, ogni giorno,

vedeva gli stessi volti, il gruppo di infermieri che da Firenze

andavano a Bologna, una signora bionda, due professionisti

che con riserbo le facevano un cenno del capo,

A., l’informatico che dalla Colombia ora lavorava  in Italia,

aveva famiglia a Firenze, e pendolava su Parma, con

cui aveva fatto amicizia  e con cui prendeva a corsa il regionale

da Bologna.

Poi sulla via di ritorno, spesso si sedeva

vicino a G., che abitava a Poppiano, e ogni giorno pendolava con Milano,

sedendosi sempre nel posto 2C della carrozza 11.

Spesso parlavano di ricette, di

campagna, di Milano o di Firenze.

La sua vita era ora popolata  da questi incontri.

A volte trovava A.

Laura e A. si erano conosciuti ai tempi della fine dell’università.

Lui si stava laureando e lei era già all’inizio del dottorato.

Per arrotondare avevano scritto insieme un programma

per una agenzia immobiliare, per gestire gli annunci, un database.

Da allora (inizi anni novanta) non si erano più incrociati.

Solo una volta per caso, in occasione della  laurea del nipote, al bar dell’università.

Poi, dato che  lui lavorava a Bologna, spesso facevano il viaggio insieme.

Cosi, si erano ritrovati dopo quasi trent’anni, come se gli anni non fossero mai passati,

solo scivolati in un battito di ciglia.

Insieme, parlavano di cibo, di pensione, di

moto, di ferie, e si consigliavano film e serie da guardare su Netflix.

I mattoni continuava a crescere incuranti,

con scale segrete che da un

palazzo del 1990 facevano irruzione nel 2018.

Un’altra scala segreta, un giorno,  le aveva fatto incontrare L.,

un suo un compagno di scuola delle medie e del liceo di

cui lei non ricordava niente, né il nome, né la persona.

Non era la prima volta che qualcuno le parlasse di lei,

del suo passato, e lei nel marasma dei palazzi che le affollavano la memoria,

avesse perso la scala, le porte che conducevano a quell’appartamento.

Luca si occupava di ricerca in ambito agrario, e lavorava a Bologna

in un istituto di Ricerca. Quando si incontravano,

si sedevano vicini e parlavano di politica,  del futuro nero dell’Italia, di

ricerca scientifica.

Non era la prima volta che Laura non fosse riuscita a trovare la porta di un palazzo.

Più di una volta era stata contattata da persone del suo passato di cui

lei non aveva nessun ricordo.

Spesso succedeva su Facebook.

Un giorno, C. le aveva chiesto l’amicizia. Dopo, si erano

messi a chattare su Messenger.

Claudio era stato un suo compagno di classe per un

anno, in quarta elementare. Quarta elementare!

Anno scolastico 1969-1970, 49 anni prima!

Parlando, Claudio le avere raccontato di sè, faceva

il liutaio e il fotografo.

Dopo vari scambi  di notizie, e di attualità, Laura, che non

aveva la più pallida idea di chi fosse la persona con cui

stava parlando, ma che  sicuramente era stato suo compagno di classe,

troppi erano i riferimenti comuni,

a un certo punto gli chiese cosa mai si ricordasse di lei,

anzi gli chiese qualcosa di più, chi era la bambina che solo nel suo ricordo

era rimasta viva.

Lui cominciò allora  a parlare di quella bambina, come

se la scala per entrare in quel palazzo fosse per lei aperta  da sempre.

“Laura era una bambina con un bel sorriso, che sorrideva a tutti senza pregiudizi.”

Anche a lui, bambino problematico e forse dislessico o con disturbi di apprendimento,

che nella società degli anni sessanta, non era capito né accolto

da una maestra elementare che metteva in competizione i bravi e li

stimolava a dare il meglio, che richiedeva un livello che solo alcuni, tra cui lei, avevano.

Laura era stata una bambina che aveva imparato a leggere e fare di conto da sola,

molto prima di andare a scuola, molto presto.

Era tra i primi della classe e particolarmente portata per la matematica.

Vinceva sempre la gara a chi consegnava prima il risultato

degli esercizi, facendo la corsa con Stefano.

Laura era però anche una bambina empatica, sensibile,

e aveva un sorriso per tutti, senza distinzione.

Non ci erano maschi o femmine, amici, nemici, bravi o ciuchi.

La sua empatia le faceva sentire la sofferenza degli altri, e il suo

istinto, le faceva donare l’unica cosa che aveva, il suo sorriso.

Di questa Laura, di questa bambina sorridente, pochi sono i ricordi

che ha conservato,  perché cosa siamo davvero,

si riflette solo in come siamo con gli altri,

e nelle scale segrete dei loro palazzi.

Crescendo, le scale si chiudono, alcuni palazzi crollano, o rimangono oscurati

dalle nuove costruzioni.

 

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One Comment leave one →
  1. ottobre 29, 2018 4:46 pm

    brava molto giarre. che dire? on the road again. anche io oggi pensavo a un racconto su augusto

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