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Role models

febbraio 11, 2021
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Today is the international women in science day

My first role models were in my family

My mother .. born in 1929 and graduated in Natural Science in 1955.. teacher o science in high school

And my great aunt .. sestilia Bocelli born in 1902 and graduated in mathematics and phisics in 1925 .. teacher of mathematics in high school

None of the female of my family ( 2 aunt were graduated in Italian literature and law , grandmother and one grand aunt were elementary teachers)

when me and my sister where at university ( medicine and engineer ) my great aunt used to say .. I 30 sono cone ke ciliegie .. una tira L altro .. the top grades (A) are like cherries ..one after another

None in my family full of graduated females and teachers had never discouraged us.. to have a carrier or to choose what we thought was the best for us

Women in science means.. encouraging .. create self esteem .. never discourage dissuade diminish

https://youtu.be/hLa0wxeJlxo

da.. il mondo era cambiato 6

febbraio 1, 2021

Mi guardavo nello specchio. Ero dimagrito tantissimo, per mesi mi avevano alimentato con liquidi. Poi, anche uscito dalla rianimazione,  col virus non riuscivo a inghiottire. Ero lo specchio di me stesso. I muscoli erano andati.

Il fisioterapista mi aveva raccomandato, una volta superato il secondo tampone, di uscire e cominciare a camminare anche con le stampelle e provare piano piano a fare esercizi tutti i giorni.

Mi ero fissato sul cercare un telefono, e mi ero dimenticato che prima avrei comunque dovuto ritrovare le forze perdute.

Philip mi salutò e andò via.  Sarebbe tornato dopo qualche giorno, e mi avrebbe portato la scheda telefonica. Mi disse che il pomeriggio sarebbe passata l’infermiera.

Nella busta che mi lasciano alla porta trovo delle arance e mi faccio una spremuta. Ho voglia di pizza, di un bombolone alla crema e di spaghetti alle vongole.

Cerco di immaginarmi al mare a quel ristorante che guarda la baia di Lacona, che mangio gli spaghetti.

Ho continuato ad andare a Lacona a casa del mio amico, tutti gli anni, in genere fuori stagione, verso fine settembre o inizi ottobre, o a maggio. L’acqua è fredda come piace a me, ma nuotando non lo sento il freddo. Ci andavamo anche prima con Anna, a casa di Gianni. Ci siamo andati sempre, ogni anno del nostro matrimonio. Io all’Elba ci andavo anche prima, coi miei genitori, per me è come il gange, il sacro Graal, la fonte della giovinezza. Quando arrivo al porto di Piombino e salgo sulla nave verso Portoferraio il cure comincia a battermi e capisco che l’unica vera casa, luogo dell’anima, è là.

Non so perché né i miei, né poi noi, nessuno ha mai preso il coraggio di comprarla una casa. Mi ricordo che l’ultimo anno che sono andato, mi era venuta anche la pazza idea di trasferirmi per sempre. Avevo iniziato a guardare gli annunci immobiliari. Pensavo di comprare qualcosa vicino alla città, a Portoferraio, per non essere troppo isolato nei lunghi inverni.

Anna, tra le mille cose che non mi ha mai perdonato è stato di averci portato Giulia. Continuava a gridarmi, era il nostro nido, era il nostro paradiso, il nostro sogno e tu l’hai voluto sporcare. Forse pe me è stato sempre il mio paradiso, che ho parzialmente condiviso con il mio amore, ma forse il non parlare mai di nostro, ma sempre di mio, è stata la vera causa del nostro divorzio. Non i miei tradimenti con Giulia, il mio egoismo e narcisismo.

Mi immagino sull’arenile,  a passeggiare sulla spiaggia, sento il profumo del mare che mi scuote dentro e riattiva sensazioni sopite, lontane, ma vive. Quando passai dall’incoscienza del coma, a quella specie di casco che avevo in testa, cercavo sempre di delocalizzarmi e l’unica salvezza era sognare il mare, la risacca, la luna che fa capolino tra i monti, le salite e le discese di Punta Calamita, le pedalate odorando fico, oleandro e pino.

Ero in ospedale e allo stesso tempo, ero là. Mi ha salvato l’isola. Come sempre. Come dopo il divorzio da Anna e dopo che Gulia mi aveva lasciato.

Mondo durante

gennaio 29, 2021

Era già più di un mese che ero chiusa in casa. insegnando nel primo semestre non avevo lezione ma solo riunioni webinair meeting e tutto quanto poteva essere fatto dentro un monitor. I miei colleghi erano alle prese con la didattica a distanza ma per fortuna me la ero scampata.

All’inizio mi ero anche divertita poi la routine e il senso di scollatezza mi aveva travolto.

Ogni mattina vedevo la messa del Papa alle sette su tv 2000 ( in camera cappella) poi andavo nell’ ingresso palestra e facevo yoga con down dog sul tappetino, poi in cucina/bar per la seconda colazione e poi in studio/ufficio mi mettevo al pc e iniziano la giornata., a pranzo spesso mi portavo il piatto sul davanzale per mangiare al sole.

Mi ero trasferita a Firenze dove avevo ereditato un appartamento dai miei nonni anni prima che avevo prima affittato come rendita e poi occupato dopo aver vinto un concorso e dopo il divorzio.

Io ero crescita altrove ma la mia famiglia era originaria di qua.

Dallo studio vedo il cupolone e in questi strani giorni di lockdown spesso consumo i pasti alla finestra.

Questo lockdown ha finito per spazzare via le conoscenze e solo i veri amici sono rimasti.

Quelli che senti anche se vivono in capo al mondo.

Della mia vita di prima, della mia famiglia precedente, famiglia di mio marito, ex marito, non ho più saputo nulla da tanti anni ormai.

Non tutti i giorni sono uguali.

Il virus ci ha preso alla sprovvista. Ci siamo chiusi in casa, ci hanno chiuso in casa e attendiamo.

Rinchiusa in questo bozzolo protettivo chiamato casa, lascio il mondo agli altri.

Futuro mai immaginato di una vita che parla con il mondo tramite una telecamera un telefono o una tv.

Mi manca guardare gli studenti negli occhi o sentire i loro odori.

Le comunicazioni virtuali sono le uniche rimaste. Sento scivolare via il desiderio di un sorriso, un pasto insieme, una battuta.

Il bozzolo prigione diviene la vita 

Cosa ci ha portato via questo virus ? La vita vera ? O ha solo messo in evidenza il nulla che ci era prima.

Se eri solo sei più solo che mai

Se eri triste sei più triste che mai

Se godevi delle vite altrui scappando dalla tua e passando un po’ di tempo in compagnia di amici lontani nelle loro case annusando la bellezza delle loro famiglie e facendole tue .. questo ti e’ stato tolto.

Guardi foto di te sorridente in America e ti accorgi che quella lontana ragazza o donna e’ morta .. dissolta nel grigiore dei giorni

La mancanza di speranza, di poter fare programmi per il futuro, questo è’ l’aspetto più incredibile di questo lockdown

Distanziamento sociale significa prigione? Solitudine ? Virtualità ?

Mi Sembra di vivere in un film distopico che non avrei mai immaginato.

Il mondo nuovo 5

gennaio 28, 2021

Erano passati già dei giorni dalla dimissione. Oggi era domenica e doveva essere successo qualcosa perché sentivo più traffico e qualcosa doveva essere cambiato.

Mi stavo ricordando anche il motivo della mia quarantena dovevo fare quello che avevano chiamato un secondo tampone.

In ospedale avevo infatti contratto un virus che proprio mentre stavo cominciando a riabilitarmi mi aveva fatto stare malissimo ed ero stato di nuovo mesi intubato e la situazione già grave prima era peggiorata ulteriormente dalla gravità di questa malattia. Per qualche motivo incomprensibile i miei esami erano positivi poi negativi poi positivi di nuovo.

Ero riuscito a sconfiggere anche questa ricaduta e anche quelle successive.

Ma per precauzione alla dimissione mi avevano messo in quarantena perché non ero mai riuscito ad avere due tamponi o come diavolo si chiamavano di seguito che fossero negativi.

Era una bella domenica di gennaio. Avevo molta voglia di uscire anche se le gambe non mi reggevano molto .

L’indomani sarebbe finalmente venuto il fisioterapista.

Il tentativo del bigliettino sulla porta aveva avuto un risultato inaspettato.

Infatti il post it era caduto sotto lo zerbino e la persona che portava il cibo non l’aveva visto.

Mi sentivo un cretino, un invalido incapace.

Un malato senza un futuro.

Cominciavo a capire meglio la situazione e vedere dalla finestra la città tornare a vivere mi dava un po’ di speranza.

Anche il bar all’angolo aveva riaperto. Anche se stranamente le persone prendevano il caffè o il cappuccino bei bicchieri di carta e lo consumavano fuori.

Che fossero tutti pazzi? Era un gran freddo. Doveva anche essere nevicato. E quelli consumavano in fretta un caffè al freddo.

Continuano a non capire certi modi di fare. Non vedevo mai nessuno abbracciarsi, baciarsi, tenersi per mano.

Sembravano posseduti da un invasione aliena che li aveva resi freddi e distanti.

Ecco sembravano distanti.

Domani sarebbe venuto questo fisioterapista e finalmente avrei potuto chiedere un aiuto e delle spiegazioni.

O almeno fare qualche telefonata o chiedergli se mi poteva far comprare un telefono.

Aspettavo quel lunedì trepidante.

Come il primo giorno di scuola.

Il mondo era cambiato 4

gennaio 28, 2021

Era difficile fare tutto, concentrarsi, ricordare, stare in piedi, usare la mano destra. Mi ero rotto il bacino, le vertebre, la milza, le gambe, ero rimasto semiparalizzato e avevo avuto tante di quelle conseguenze che solo la paziente cura e la riabilitazione o forse il mio attaccamento alla vita o il caso mi avevano portato a essere di nuovo in piedi, invalido, ma vivo. Un ematoma cerebrale mi aveva temporaneamente tolto la parola. E la lista dei danni era lunghissima.

Pensavo sempre più spesso ai miei genitori, alla loro bella casa di Bergamo alta, e la paura al pensiero che non ci fossero più mi sconvolgeva. Mi ero convinto che doveva essere successo qualcosa di molto brutto ma ancora non avevo neppure il coraggio di accettare l’idea.

Mentre sonnecchiavo sul divano il pensiero ando’ nuovamente alla mia ex moglie.

La situazione di recluso cominciava a farsi pesante. Provai a guardare fuori dalla finestra. Non passava molta gente e sempre con queste buffe mascherine. Anche il traffico era inesistente.

Non vedevo giovani in giro.

La sera poi il silenzio era totale. Ma la gente, la gente, come diceva quel barista di tanti anni prima d’agosto, dov’é andata la gente?

Da una certa ora poi, sembrava una città morta. Si sentivano solo sirene.

Provai a pensare ad una soluzione. Scrissi un biglietto sulla porta per il volontario che mi portava la spesa. Le devo parlare, può aspettare? Ho bisogno di un telefono o di fare una telefonata.

Mi sentivo in un incubo senza fine. A volte, nei miei deliri immaginavo una realtà parallela, di essere in una dimensione onirica, che forse ero sempre in coma e che quello era tutto un sogno. Immaginavo i miei genitori al capo del letto che mi incitavano, come avevo visto fare nei film, facendomi ascoltare la mia musica preferita per farmi uscire dal coma. Pensavo che questa realtà che vivevo fosse il sogno e di svegliarmi e uscire dal coma per tornare alla normalità.

Ma invece, eravamo nel 2021 e io pirla non avevo la tv, a che serve mi dicevo tanto con Internet si ha tutto sul pc, non avevo il telefono fisso, a che serve e’ un retaggio del passato, e avevo confidato e messo la mia intera esistenza in un telefono cellulare che era finito sotto le ruote di un camion e in un laptop con una pw che non ricordavo più e che avevo segnato sul cellulare. Anche l’accesso alla banca era virtuale, tutto era virtuale, e tutto era dentro il mio iphone XR.

Pensai che ci era solo una cosa da fare, appena avrei potuto uscire, chiamare (o farmi chiamare) un taxi, e andare in un negozio Apple a comprarne un nuovo e accedere al cloud per scaricare il backup della mia vita. Almeno la password dell’account apple la dovevo ricordare. Ma possibile che non l’avessi segnata da qualche parte??

Mi sembrava di non avere backup, ma non del telefono, della mia vita.

Cominciai a ricordare, non le password, a ricordare momenti passati, momenti belli e momenti brutti. Mi rifugiai nei ricordi aspettando il fisioterapista

La mente andò ad una vacanza all’Isola d’Elba con le biciclette, lo zaino e la tendina fatta con Anna molti anni prima.

Il mondo era cambiato 3

gennaio 27, 2021

Mi imbottii di antidolorifici, di quelli, alla farmacia dell’ospedale, me ne avevano dati di ogni tipo, e mi buttai sul letto.

Mi svegliai la mattina dopo sempre dal suono del campanello. Purtroppo non feci in tempo a vedere chi avesse lasciato la spesa. Volevo intercettarlo per chiedergli un telefono. Mi arrovellavo.

Nell’appartamento accanto al mio non si sentivano rumori. Ricordavo vagamente che era stato affittato a delle studentesse. Chissà che fine avevano fatto. Era gennaio, forse erano tornate al paesello per le feste natalizie e non erano ancora rientrate.

Alla faccia delle vacanze! Ma non Andavano all’università? Non avevano esami da dare, corsi da seguire?

Dal calendario avevo visto che il primo appuntamento con il fisioterapista era fra altri tre giorni .

Non mi restava che dormire .. o piangere ..

Sotto gli effetti dei farmaci provai a fare mente locale. Su chi ero cosa facevo che vita avevo.

Dell’incidente non ricordavo nulla, se non quello che mi avevano raccontato, un sorpasso finito male da parte di un camion che rientrando in corsia non mi aveva visto e mi aveva centrato, buttandomi in un fosso. Che la bicicletta ed io con essa eravamo ridotti malissimo e che il Camion era scappato. Ero stato soccorso o meglio avevano chiamato i soccorsi le persone che avevano assistito impotenti all’incidente e si trovavano sulle macchine vicine.

Mi trovavo in campagna lontano da Milano e inizialmente mi avevano portato all’ospedale di Pavia.

L’ autista del camion era prima sceso ad accertarsi che fossi vivo e poi viste le mie condizioni era scappato.

Nessuno aveva avuto la prontezza di fotografare la targa del mezzo.

L’ incidente risaliva ad un anno prima, gennaio 2020. Così almeno mi avevano detto. All’inizio non sapevano neppure chi fossi . E’ solo verso fine febbraio che erano riusciti a risalire al mio nome.

Vicino quella strada dove era avvenuto l’incidente, un signore mentre passeggiava col cane aveva ritrovato uno zainetto stropicciato e aperto. Di quelli che usano i ciclisti . Al suo interno c’era un piccolo porta documenti con la mia patente . Niente telefono.

Il telefono infatti lo tenevo sul davanti della bici in quella borsina che sta attaccata al manubrio ed aveva fatto una bruttissima fine. Come la bici e come me.

Il tizio col cane aveva consegnato lo zaino ai carabinieri che solerti dopo una infinita’ di tempo avevano ricollegato il documento ad un incidente accaduto nella zona e mi avevano rintracciato all’ospedale in sala rianimazione in coma.

Così si era fatto marzo . Ero stato due mesi senza che nessuno mi avesse cercato o trovato, o se lo avevano fatto la ricerca non era andata a buon fine.

Dalla patente erano risaliti anche al mio indirizzo. Ma in questa casa abito da solo.

Questo me lo ricordo. Questo purtroppo me lo ricordo e non e’ un ricordo piacevole.

La solitudine e il senso di ineluttabilità mi spiaccica in una prostrazione senza speranza, nel gorgo nero del mio fallimento..

Penso ad Anna e zoppicando vado a cercare gli antidolorifici.

Il mondo era cambiato 2

gennaio 27, 2021

L’ autista volontario della croce verde mi accompagnò su fino a casa. Con le stampelle non riuscivo bene a camminare. Mi porto’ la borsa in cui delle infermiere gentili avevano riposto le mie cose, molte delle quali erano state loro stesse, in questa seconda clinica per la riabilitazione dove avevo trascorso gli ultimi mesi, a donarmi.

Entrando nell’androne del palazzo vidi la cassetta della posta ricolma di pubblicità. Le bollette per fortuna da anni le avevo tutte domiciliate in banca.

L’appartamento lo avevo comprato quando erano mancati i miei nonni con la loro eredità.

Entrare in casa fu un vero shock. Il volontario mi fece accomodare in poltrona. Mi diede la lista degli appuntamenti futuri con l’assistenza domiciliare e la fisioterapia e mi chiese se avevo bisogno di altro.

Avevo bisogno di tutto.

Per tutto il tempo mi aveva parlato con la mascherina e solo allora mi accorsi che ne stavo indossando una pure io.

Lo congedai ringraziandolo caldamente. Mi lascio’ anche il numero di una associazione che si occupava dell’assistenza o del trasporto di persone invalide.

Ero un invalido?

Mi disse anche che per 10 giorni dovevo osservare la quarantena e che mi avrebbero portato la spesa a casa. Era una precauzione per chi usciva da una lunga degenza di un ospedale con reparti covid. Che comunque il tampone era risultato negativo ma per 10 giorni dovevo attenermi alle norme restrittive.

Onestamente non capivo niente di quello che diceva.

Ero veramente sbalestrato confuso impaurito. L’unica cosa che capii era che qualcuno si sarebbe occupato di me ma che dovevo stare in casa.

Covid? Era una parola che continuava a risuonarmi in testa, ma nella confusione dei miei ricordi e nella spossatezza di questa mia nuova vita di ‘invalido’ non associavo a nulla.

Una delle infermiere carine aveva anche provveduto a darmi una borsa di spesa che il volontario bardato come un marziano aveva lasciato sul tavolo di cucina.

Era quella casa mia? La mia cucina? Ero davvero solo al mondo?

Mi buttai sul letto e dormii fino alla mattina dopo, quando il campanello suono’.

Andai ad aprire e trovai alla porta un sacchetto col cibo ( ma perché volevano farmi mangiare per forza)?

Andai a farmi un caffè. Non trovai le capsule, nè mi ricordavo come funzionava la macchina nespresso. Trovai peró una vecchia moka e del caffè stantio in un barattolo.

Mentre il caffè borbottava, anzi come dicevano in casa mia, globidava, cercai una tazzina e dello zucchero. Dalla busta dell’infermiera tirai fuori un cartone di latte a lunga conservazione. Scaldai il latte nel microonde e finii il caffè rimasto con il latte. Mi sembrava di essere tornato bambino con quella tazzona di caffellatte a pallini colorati.

Trovai un pacco di oro saiwa nella busta e dopo averli aperti li inzuppai avidamente nel caffellatte. Mi sembrava fossero mille anni che non mangiavo.

Mentre facevo colazione mi accorsi che in quella casa, la mia casa non ci era la televisione. Non ero ancora entrato nello studio però, dove forse l’avrei trovata o almeno avrei trovato lo schermo di un computer.

Mi faceva male la schiena. Camminare con le stampelle era molto stancante e non avevo voglia di fare niente.

Ma dove erano finiti tutti?

Mi misi a spulciare i file di dimissione con i vari appuntamenti con fisioterapista e infermiere.

Fra i vari file si stagliava giallissimo un post it

Chiamare Bergamo onoranze funebri per ritiro .

Cominciai a tremare , un sudore freddo misto a paura mi scosse nel profondo, una sensazione di solitudine, di tristezza, di scoratezza . Mi si appanno’ la vista e le parole che uscivano già così a tratti si mischiarono alle lacrime.

Dovevo procurarmi un telefono. Pensai che in casa ci doveva essere un laptop o un iPad dal quale ordinare un telefono o comunque entrare in contatto col mondo esterno. Mi avevano detto che non potevo uscire ma nessuno mi impediva di fare acquisti su internet. Ma non avevo idea di quale fosse la password per accedere al pc e l’iPad che scovai in un cassetto non doveva essere mio perché provai ad aprirlo con l’impronta digitale e non si sblocco’, provai a ricordarmi la pw, ma niente .

Rinchiuso in quella cazzo di casa da solo stavo cominciando a sclerare.

Il mondo era cambiato

gennaio 27, 2021

Quando finalmente uscii dal coma e tornai a vivere.. all’inizio vedevo intorno a me solo qualche dottore e infermiere .. non capivo molto e non mi ricordavo nulla.. tornai alla vita un passo dopo l’altro senza mai vedere un familiare, ma ne avevo poi di familiari?

Passati un po’ di giorni chiesi dove ero e perché ero finito lì e, domanda più importante, da quanto tempo. Poteva essere da sempre da come sentivo io dentro.

Avevo paura.

Paura di ascoltare la risposta.

Mi dissero che era dal gennaio precedente che ero in ospedale, che ero stato molto fortunato perché con l’incidente bruttissimo contro il camion con la bicicletta potevo essere morto e che mi avevo tenuto in coma indotto per molto tempo per farmi guarire.

Che all’inizio ero intubato e con fratture multiple ovunque e che pensavano non potessi più stare in piedi o parlare o tornare a una vita normale.

Non mi ricordavo nulla.

Tutti indossavano sempre la mascherina. Pensai fosse una precauzione per la mia fragilità. Pensai che il mio sistema immunitario fosse compromesso.

Ero ancora molto debole e non avevo ancora cominciato neppure la fisioterapia.

Non sapevo neppure in che città mi trovassi.

Non ero molto presente, forse gli antidolorifici mi facevano dormire. Ero uscito dal coma ma ancora ero in una specie di oblio intermittente indotto dai farmaci.

In un momento di lucidità provai a parlare, a comunicare più che altro, anche la parola usciva con difficoltà e chiesi come mai non venisse nessuno a trovarmi.

Non ricevetti mai risposte o se capivano i miei balbettìi spesso non capivo io le loro risposte.

Passo’ ancora un po’ di tempo e con la fisioterapia e la logopedia riuscii a recuperare qualche funzionalità.

Capii che il mondo era cambiato quando mi dissero che potevo finalmente tornare a casa e continuare le cure e la fisioterapia in day hospital.

Non ero sicuro di voler tornare a casa. Non avevo più visto un volto in quello strano ospedale e pochi erano i familiari in giro. Avevo capito che per qualche strana ragione potevano venire a trovare i parenti solo una volta la settimana. Era strano quell’ospedale ma credevo fosse perché erano specializzati in riabilitazione.

Il giorno che mi dissero che mi avrebbero dimesso, mi chiesi come fare ad andare a casa, ma gentilmente chiamarono in ambulanza di quelle addette al trasporto invalidi che mi accompagnò al mio appartamento.

Era il venti gennaio 2021 e mentre tornavo a casa in ambulanza notai che le vetrine dei negozi erano chiuse e anche i bar e i ristoranti, non ci erano ragazzi davanti alle scuole, non ci era traffico, ne’ turisti in questa Milano strana. Non ero del tutto cosciente e pensavo di essere stato catapultato, dopo quel salto con la bici, in un altro mondo. Tutti, ma proprio tutti, indossavano la mascherina. Vedevo mascherine chirurgiche, mascherine colorate, mascherine bianche a becco, mascherine del Milan e non erano le maschere del carnevale che mi ricordavo io.

Durante il tragitto ripensavo a un corso pieno di bambini mascherati su a Bergamo alta. Mi ricordavo una domenica un aperitivo in piazza. Ricordavo la casa dei miei vicino alla torre, un negozio che vendeva presepini di legno e una vista mozzafiato.

Dovevo davvero aver fatto un salto in un’altra dimensione spazio temporale.

Forse dovevo informarmi di più in ospedale, ma tanta era stata l’energia impiegata a guarire che non avevo ascoltato mai la tv che mi annoiava, né avevo con me un cellulare che era andato distrutto nell’incidente, nè avevo avuto la prontezza o l’intelligenza di chiedere un ipad in prestito per aggiornarmi.

Forse era stato un rifiuto, forse semplicemente mentre ero tornato piano piano e con le stampelle a camminare la parola non era proprio tornata e non riuscivo ad esprimermi al meglio . O forse semplicemente capire che ero solo mi spiazzava. Dove erano finiti i miei genitori? E non avevo neanche uno straccio di amico o amica? Un cugino un parente?

In ospedale continuavano a blaterare di zona rossa di divieti di congiunti ..parole che non mi dicevano nulla .. incomprensibili ..

Dai finestrini di quella ambulanza vedevo un mondo diverso e non capivo .

Hc

Petra Delicado

gennaio 16, 2021

Una volta a mia madre chiesero se i miei gialli erano alla camilleri e lei con la sua arguzia e intelligenza rispose che erano più alla Gimenez Bartlett

Era una risposta data d’istinto che però raccontava tanto

Primo raccontava quanto mi conoscesse mia madre e quanto sapesse sul fatto del mio amore per i romanzi della Gimenez Bartlett e la serie di pedra delcado

Poi raccontava una verità che le donne devono trovare ispirazione dalle donne e non scopiazzare gli uomini

In realtà sapeva che non mi ero ispirata a bartlett ma aveva dato una risposta intelligente a una domanda stupida

Era una frase così avanti e femminista che forse l’ho capita solo ora

Mamma era così arguta curiosa attenta alla cultura con una fede infinita nella scienza e nel sapere .. era nipote del suo nonno maestro che recitava a memoria Dante e componeva poesie .. cresciuta con la mamma maestra la zia laureata in fisica e il babbo avvocato e podestà in una piccola cittadina o meglio in un piccolo paese di provincia ..

Mi risuonano in questi giorni che se ne e’ andata i suoi racconti il suo desiderio di raccontare suo e di sua sorella Vanda .. tutto diventava un racconto una storia .. che sono il germe del mio desiderio di raccontare

Mamma si era laureata i primi anni cinquanta in scienze naturali e aveva insegnato prima alle medie e poi al liceo classico cercando di infondere la passione per la scienza in quelle piccole menti borghesi che frequentavano il liceo più prestigioso della città..

Sono troppi i racconti che mi si accavallano nella mente ..

Il liceo durante la guerra e i kilometri in bicicletta sotto le bombe americane

Suo padre che la prima domanda che faceva loro era ogni giorno .. a tavola .. bimba che hai fatto oggi a scuola

Tanti

Ma stamani mi e’ risuonata quella frase su pedra delcaDo

Perché in fondo in fondo anche se nata nel 1929 e dall’apparente vita cattolica e piccolo borghese mia mamma era più femminista di tante ragazze di oggi

E insieme a quell’ottimista bambino che era mio padre e nonostante le sue paure e le sue ansie ci ha cresciute me e mia sorella infondendoci una grande fiducia e rispetto nel potere della cultura e una grande forza dentro

Aveva sempre paura di disturbare e di dare noia e odiava le persone arroganti e presuntuose con una umiltà che solo chi e’ più intelligente degli altri possiede

Nessuno di loro era imprenditore o attento ai soldi o commerciante e così ci hanno cresciute .. con queste priorità .. lo studio la carriera i viaggi

Leggero’ il nuovo libro della Bartlett e penserò a mia madre che su quella poltroncina sul mare a Nisporto dava risposte sensate a domande stupide

Vuoto

gennaio 6, 2021

Un vuoto che prende il cuore e fissa le notti insonni in un nulla. Cosa resta di noi di lei della nostra casa di bambine del nostro passato

Mi giro e rigiro Vago e non riesco a pensare

Il nulla pesante che fa pesare il cuore

Oggi ci e’ il funerale

Cerco di ripercorre la sua vita nei racconti in frammenti di vissuto

A bozzolino niente ?

E’ stata mamma e amica e anche un po figlia

Vedo il nulla avanzare

Cerco di ricordarla sorridente ma devo risalire a anni fa

Forse a quell’ultima vacanza elbana insieme

La sua forza la sua curiosità la fede nella scienza e nella cultura e nel sapere

Il suo non lamentarsi e cercare sempre di andare avanti perso forse solo alla fine

La sua lotta contro il perdere la vista è poi un poi L udito e poi anche la stabilità sulle gambe ma senza mai arrendersi

Solo alla fine il suo grido non ne posso più risuona

Il suo lasciarsi andare e spengersi

Il liceo nel periodo di guerra gli amici di gioventù L’università la laurea in scienze naturali la carriera nella scuola le sue sorelle e i suoi cugini una famiglia unita l’incontro con mio padre suo grande amore costellato da litigi per sciocchezze come tutte le coppie sane e affetto noi due figlie incoraggiate a raggiungere i nostri obiettivi a fare una carriera a studiare e farci la nostra posizione ma anche a sorridere al mondo e godersi la vita nelle sue bellezze i suoi viaggi l’interesse a conoscere a leggere e poi ascoltare libri le sue amiche la banca del tempo i corsi di inglese il suo rammarico di non aver visto New York l’amore per l’Elba e per il sole

Mamma una bella vita hai avuto ti voglio bene